Renato Ranaldi e “La bellezza convulsa del fuoriasse senza sconti”

 “Da quando, per diffuso sospetto e mancanza d’idealità, non si è più praticato il culto dell’assoluto, unico AXIS, gli axis sono sbucati come funghi: la città ne è stracolma. Chi rifondasse una centralità vera trionferebbe su tutti i segnali. Nell’imperversante storia delle installazioni la pace che nasce da una pensata non viene lasciata in pace. Quello che fu elucubrato in arte è là, duro e ostile verso chi guarda, ha decretato una nascita e una fine, la gente deve fare i conti con queste, non c’è Bellezza che tenga: è un conflitto.Nella città di FORZAVIOLA, un segno qualsiasi che dichiari appartenenza anarchica, la volgare confidenza storica col rinascimento te lo riconsegna pari pari e tanti saluti. Proietti il coraggio di un’ipotesi e questa torna indietro per colpirti: è l’effetto boomerang: nel breve tempo della sua traiettoria, l’arma da getto si trasforma in ritorsione accademica. Pazienza. Basta avere ogni tanto un’ideuzza, tanto per scuotere, eccitare l’inesperto alla ricerca, che poi finisce inevitabilmente col brontolare scontento; l’arte la si fa tanto per fare, per l’approvazione di qualche amico. Chissà cosa credono che sia, è artigianato che si è dato un tono, in ogni caso.”In attesa di vedere, venerdì 14 dalle 17,30 in poi nel Cortile di Palazzo Antinori Corsini Serristori in Borgo S. Croce 6, Renato Ranaldi ci presenta con un suo scritto  “ La bellezza convulsa del fuoriasse senza sconti”, l’installazione che fa parte del ciclo “Dal Profondo, eventi di verticalità estetica” a cura di Bruno Corà e a cura della rivista Mozart, che pone l’obiettivo  sull’atto artistico affrancato da mediazioni che talvolta ne ostacolano la comprensione, inaugurata lo scorso 30 ottobre con   “Mèlos” di Daniele Lombardi.   

“Non è il tempo della lentezza della conoscenza, – prosegue Ranaldi –  è il tempo dell’affermazione che brucia idee sul rogo informatico e indica il Luogo. Non si vuole indicare la centralità di un cortile, l’Axis è accadimento cosmico, nientemeno, e gli tocca invece confrontarsi, non solo col disegno nobile del palazzo, ma anche con la rastrelliera piena di biciclette sotto il porticato. La funzione terrifica della sua convulsa bellezza senza sconti gli fa ambire di suscitare stizza nei cittadini e la necessità di una rimozione. Nella sopravvenuta età dell’epigonismo tanto costa la responsabile perentorietà di indicare il Centro.Conoscendo, risparmio agli altri la fatica e il dolore connessi alla conoscenza: di questo dovrebbero essermi grati quando dimostro di avere eliminato la prova oggettiva dell’applicazione manuale con un’edificante bugia che ne ha preso il posto. E’ la condizione scaturita dall’accordo coatto fra l’assialità e il desiderio perturbante di negarsi a una funzione. Ma la ribellione è fittizia come lo scintillio di un pezzo di vetro che vuol passare per un diamante: è la verticalità, cocciuta e solida come sempre, che s’impone e sviluppa il suo discorso: dipende da se stessa.  L’ovvietà sacra dell’Axis sta di casa in ognuno, per fortuna c’è la devianza del fuoriasse che fissa la nuova regola secondo la quale devi leggere il feticcio come un racconto, senza forzare troppo l’attenzione e, casomai, se incontrassi qualche difficoltà, fare finta di nulla.Fare vuol dire covare la potenzialità del divenire storia che è come la depressione, è dietro l’angolo; tutti rischiamo di essere bollati come dato storico, purtroppo. Ti salvi se fai il proprio dovere: non adempiere alla verità per non morire di questa – vedi l’unilateralità scandalosa del vero.L’armonia che dovrebbe inscenare la piccosa verticalità dell’Axis, in qualsiasi luogo si trovi, è vera solo nel momento in cui qualcosa la spezza, allora si accorda con la conoscenza solo se è stata avvelenata, se civetta con la ribellione. Decretare la legge è il timore della legge stessa ma anche la devianza può essere legge.”’opera rimarrà in visione fino al 30 novembre, a seguire, il 5 dicembre sempre alle 17,30 Jannis Kunellis con “Senza titolo”.

Nella foto: “Quasi” ( 2011)  di Renato Ranaldi

 

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